Hans Fallada: Vita e Opere di uno Scrittore nella Germania Nazista
Hans Fallada, pseudonimo di Rudolf Wilhelm Friedrich Ditzen (Greifswald, 1893 - Berlino 1947), è stato uno degli scrittori tedeschi più conosciuti del XX secolo. Il suo pseudonimo è tratto da due famose fiabe dei Fratelli Grimm, «La Fortuna di Hans» e «La guardiana delle oche».
La figura del cavallo ha a che fare con questo straordinario scrittore tedesco anche sotto un altro punto di vista, che prescinde dalle filiazioni letterarie e dal folklore tedesco. Dietro la scelta di questo pseudonimo, come nella storia del Piccolo Hans e l’anno dopo la sua pubblicazione, si nasconde infatti anche uno di quegli incidenti che segnano in modo indelebile la vita di una persona. Quando aveva sedici anni il piccolo Rudolph Ditzen andò a sbattere con la bicicletta contro un carro trainato da cavalli, e uno di questi lo calpestò e gli dette un calcio alla testa che per poco non lo uccise.
Gli Inizi Difficili e la Dipendenza
Nel 1910, l’anno dopo l’incidente con il cavallo, Fallada tentò il suicidio ingerendo del veleno. Nel 1911 si verificò un secondo tentativo di suicidio, questa volta con una pistola in un finto duello, dal quale scampò miracolosamente, tentativo che comportò il suo ricovero in un sanatorio che era in realtà una vera e propria clinica psichiatrica. Nel 1917-19 Fallada ricomincia ad assumere morfina e a bere, ed è ben presto costretto a sottoporsi a una cura disintossicante. La sua esperienza di tossicodipendente la racconta in un testo straordinario, Sulla buona sorte del morfinomane. Una relazione circostanziata (SE, 2018), il resoconto dettagliato della disperata ricerca di una dose di morfina in tutte le farmacie di Berlino con l’amico Wolfgang.
Il vizio del bere invece ispirerà un altro suo racconto, «Tre anni senza essere un uomo», anch’esso incluso nel volumetto di SE.
Il Successo Letterario
Nel 1929, finalmente libero dalla prigione e disintossicato, Fallada si sposa con Anne Margrete Issel, detta Suse, e pubblica il suo primo libro di successo: Contadini, Bonzi e Bombe, (tr. Luciano Inga Pin, Baldini e Castoldi, 1956), sulla rivolta popolare dei contadini della Pomerania ai tempi della Repubblica di Weimar, romanzo che ebbe un notevole successo anche in Italia, tanto che lo si può trovare nelle più sperdute biblioteche di paese. Il grande successo di Fallada comincia dunque in Germania, ma diventa internazionale a partire dal 1932, quando viene pubblicato il suo romanzo più celebre, E adesso, pover’uomo? (Mondadori, 1933; ristampato da Sellerio nel 2008).
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E adesso, pover’uomo? è la spietata descrizione della società tedesca tra le due guerre, secondo i canoni della Nuova Oggettività (Neue Sachlickheit), un movimento che intendeva reagire agli eccessi dell’Espressionismo. Il libro narra le vicende di un giovane contabile tedesco, Johannes Pinneberg, rappresentante della piccola borghesia, coinvolto nella grave crisi economica degli anni ’20 sotto la Repubblica di Weimar. Johannes e la sua giovane moglie, Emma Morschel, detta Lammchen (agnellino), vanno a vivere all’inizio nella Germania rurale, poi si trasferiscono a Berlino in cerca di fortuna.
Sebbene non fosse propriamente uno scrittore di regime, gli editor della Mondadori e i censori del regime fascista non percepirono la pericolosità dei testi di Fallada, anche se qualche taglio nell’edizione italiana effettivamente ci fu. La propaganda del regime, anche di quello nazista, ritenne che le vicende del pover’uomo di Fallada, che a causa della crisi della Repubblica di Weimar progressivamente sprofonda in una condizione di sottoproletario, fossero perfette per intrattenere e svagare i lettori che potevano in questo modo ritenersi fortunati rispetto al pover’uomo.
Fallada e il Nazismo
Nei mesi di reclusione nel manicomio criminale di una cittadina prussiana, Hans Fallada decise di stendere il diario della sua vita sotto il Nazismo. Nel settembre del 1944 Hans Fallada fu internato nel manicomio criminale di una cittadina prussiana per un atto di violenza compiuto durante una forte ubriacatura. Nel corso della reclusione, l’autore di E adesso, pover’uomo? e Ognuno muore solo, lo scrittore del «kleiner Mann», il piccolo uomo tedesco su cui la storia passa possente e indifferente come uno schiacciasassi, decise di stendere il diario della sua vita sotto il Nazismo. E lo fece, di nascosto dai suoi carcerieri, vergando fogli con una specie di crittografia, in uno stile concitato e drammatico, a compilare un fascicolo che avrebbe intitolato: «L’autore non gradito. Le mie memorie dei dodici anni sotto il terrore nazista».
Era stato un romanziere di grande successo, l’avvento di Hitler aveva spezzato la sua carriera, e la sua vita e il suo stesso equilibrio, con una serie ininterrotta di vessazioni e umiliazioni ma, a differenza di tanti altri esponenti della cultura tedesca, mai aveva voluto lasciare la Germania, pur avendone avuto occasione; e adesso, intuendo la fine della guerra, voleva lasciare ai posteri la spiegazione (più che la giustificazione: non avendo nessuna colpa) del suo rifiutato esilio, o meglio: del suo esilio in patria. È questo libro, rimasto inedito a lungo tra le carte dell’autore, e pubblicato in Germania solo nel 2009.
Fallada fa i conti con se stesso e racconta dal basso la vita nella dittatura, in una miniatura quotidiana ma in cui balenano di continuo i grandi personaggi come protagonisti di un romanzo, con dialoghi immaginati e monologhi interiori. Il memoriale di un’innocente catastrofe personale che è anche il documento fedele al millesimo, volutamente privo di ogni autocoscienza ideologica, storica o politica, del mondo dei tedeschi qualunque sotto Hitler, dall’incendio del Reichstag alla guerra. Perché Fallada non è soltanto lo scrittore del «kleiner Mann»: è lui il kleiner Mann e non cerca di nasconderlo.
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Ognuno muore solo: Un Capolavoro sulla Resistenza
L’ultimo romanzo di Fallada, morto nel 1947, era finito prima della morte dell’autore. Fallada ha trovato il fascicolo di questo processo negli archivi della Gestapo, e da quegli atti ha preso l’argomento del suo romanzo. Il romanzo ci svela con una grande forza suggestiva il meccanismo della infernale oppressione praticata dal regime hitleriano. Case, in cui il vicino spia il vicino; officine, in cui metà del personale fa la guardia all’altra metà; strade e quartieri, dove ogni casa e ogni abitante è oggetto di infaticabile osservazione poliziesca; milioni di uomini, i quali, educati nella tradizione di un’obbedienza passiva e servile, hanno perso le ultime tracce della propria coscienza sotto il brutale effetto della paura - questa è, nel romanzo di Fallada, l’immagine della Germania fascista, in cui tutta l’aria puzza di tradimento.
Ognuno muore solo (uscito nel 1947) è basato su una storia vera, rielaborazione letteraria dell’inchiesta della Gestapo che portò alla decapitazione due coniugi berlinesi di mezz’età. Hans Fallada, massimo autore del neorealismo weimariano, ormai alcolizzato, dipendente da farmaci, ripetutamente incarcerato e rinchiuso in istituti psichiatrici, ricevette l’incartamento da autorità della ricostruzione e scrisse l’opera nel tardo 1946, in ventiquattro giorni, appena prima di morire.
Anna e Otto Quangel, lui caporeparto, lei casalinga, come tutti i loro pari soli e addormentati e poco prima ancora abbagliati dal Führer, conoscono un risveglio dopo la notizia della morte del figlio al fronte, e cominciano a riempire alcuni caseggiati della loro Berlino con cartoline vergate in modo incerto di appelli ingenui di ribellione. Lo fanno per comportarsi con decenza fino alla fine, ben sapendo che morranno e sicuri che nel vicino incontreranno più facilmente il delatore.
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