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Non Ci Hanno Visto Arrivare: Significato e Origine di un'Espressione Ricorrente

"Ancora una volta non ci hanno visto arrivare": sono state le prime parole di Elly Schlein, la notte della sua vittoria alle primarie del Pd.

"Spesso non ti vedono arrivare", ha detto la premier Giorgia Meloni intervenendo alla presentazione del nuovo allestimento della Sala delle Donne alla Camera, dove è stata aggiunta la sua foto.

Ambedue hanno citato una frase femminista che è anche il titolo del libro della storica americana Lisa Levenstein: "They didn't see us coming - La storia nascosta del femminismo negli anni 90".

Levenstein è direttrice del programma di studi sulle donne, il genere e la sessualità e professore associato di storia all'UNC Greensboro (Carolina del Nord).

Nel volume traccia le origini del percorso con cui si sta costruendo una forte coalizione al livello internazionale, incentrata sulla crescente influenza di donne omosessuali, di colore e attiviste del sud del mondo.

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Le due vignette, che per ora considererò omologhe, sono una ‘variazione sul tema’ di una frase che circola spesso adespota, ma la cui paternità è certa, perché si legge in un’opera del filosofo George Santayana (1863-1952), The Life of Reason.

Basta un primo colpo d’occhio per notare che nei meme la citazione non è letterale.

Vorrei soffermarmi sulle trasformazioni che essa ha subito, perché mi pare che siano la manifestazione puntuale, il sintomo, di un soggiacente mutamento del nostro inconscio politico collettivo, da qualche decennio a questa parte, nella direzione di un crescente vittimismo.

Cercando la frase di Santayana in rete e selezionando tra i risultati le immagini, compare una notevole quantità di meme che la riportano, nella forma originale o con varianti.

Fra queste ultime, alcune sono di poco conto, meramente lessicali (ad es. «Those who fail to learn from history»); la frase è talvolta falsamente attribuita a Winston Churchill e Edmund Burke; i verbi «to condemn» e «to doom», sinonimi, sono usati in modo intercambiabile.

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Per arrivare al nostro meme: (M) «Those who don’t study history are doomed to repeat it. Yet those who do study history are doomed to stand by helplessly while everyone else repeats it» («Coloro che non studiano la storia sono condannati a ripeterla. Finora ho usato come fossero perfetti sinonimi le parole «variante», «trasformazione», «corruzione», «manipolazione».

Chi ha introiettato come naturali i concetti di “autore” e “testo”, così come ce li consegna la filologia - che vuole ricostruire la lezione plausibilmente più vicina all’ultima volontà dell’autore -, continua a provare disagio all’idea che quello che legge possa non essere “vero”: che di volta in volta significa corrispondente ai fatti, correttamente attribuito, precisamente trascritto.

Due sono le domande che vale la pena farsi: la colpa di questa instabilità testuale è della rete?

Che la testualità digitale abbia impresso un’accelerazione e una moltiplicazione al fenomeno sarebbe impossibile negarlo.

Ma esso esiste da sempre nell’ambito dell’oralità (barzellette, leggende metropolitane, …) e proprio per lo specifico fenomeno che qui mi interessa - quello degli aforismi, frasi memorabili, detti e sentenze - ha una storia annosa.

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Il fatto è che la seduzione dell’ingiunzione morale contenuta in un aforisma, l’invito a meditare una piccola perla di verità, è da sempre più forte di ogni filologia.

Aforismi, frasi memorabili, detti e sentenze sono così seducenti per una caratteristica nativa: pretendono che di essi il lettore si appropri come di un insegnamento morale, che li assorba, mediti, faccia propri.

Petrarca, nel Secretum, parlava di “uncinare” alla memoria i contenuti parenetici dei libri.

Purtroppo la memoria fa cilecca; soprattutto, l’interiorizzazione del testo lo avvolge fra sensi non originali e connotazioni nuove, in ragione del fatto che l’aforisma viene usato, più che interpretato, e più facilmente serve ad autoconfermarci in ciò che già sappiamo, che a metterci di fronte a un sapere nuovo.

In poche parole: la ricezione comporta una reinterpretazione.

Valentina Pisanty ha di recente scritto un bel libro, su cui varrà la pena tornare in un’altra occasione, nel quale ha messo sotto la lente d’ingrandimento dell’analisi il “dovere” della memoria, specificamente di quella della Shoah.

Che cosa ci garantisce, si chiede Pisanty, che ci sia un legame necessario tra il dovere di ricordare e il “mai più”?

Basta la memoria del male del passato, peraltro sempre più mediatizzata/mitridatizzata, per garantirsi che la barbarica ferocia dell’uomo sull’uomo non si ripeta?

In effetti se si legge la frase di Santayana nel contesto originale, si scopre che poco ha a che fare non solo con il dovere della memoria dello sterminio, ma anche con lo studio della storia.

Santayana sta piuttosto illustrando l’evoluzione spirituale di ogni singolo essere umano e dell’umanità intera: barbari (secondo il mito illuminista del buon selvaggio), bambini, vecchi, non possono apprendere perché non possono “trattenere” nulla; in loro la vita è puro fluire, puro divenire.

In un altro libro fortunato di questi anni, Critica della vittima di Daniele Giglioli, leggiamo: «Non chi non ricorda, ma chi non capisce il passato è condannato a ripeterlo».

Anche Giglioli commenta la frase di Santayana e punta l’attenzione sul fatto che la memoria non può essere rituale e trita, ma deve attivarsi per comprendere.

Santayana parlava di passato e di suo oblio.

Le successive citazioni parlano tutte di storia e affermano che sarebbe condannato a ripeterla chi (1) la dimentica, (2) non la conosce, (3) non impara da essa, (M) non la studia.

Mettendo le varianti in quest’ordine (anche se 1 2 3 possono essere considerati sostanzialmente sincronici), si può notare una direttrice ben precisa della corruzione/riappropriazione.

Dapprima si parla ancora di dimenticare, come in Santayana, ma al «passato» del filosofo si sostituisce la «storia»: il discorso da spiritualeggiante e metastorico si fa tecnico, essendo la storia una forma discorsivamente e scientificamente organizzata della memoria del passato (1).

In seguito si perde anche il valore di “retentiveness” della memoria degli adulti, opposta al selvaggio o fanciullesco oblio di sé, per introdurre quello della conoscenza esplicita (“conoscere la storia”) (2).

Quindi si stabilisce quel nesso tra dovere della memoria e valore pedagogico per il futuro (“imparare dalla storia”) (3).

Di slittamento semantico in slittamento semantico, siamo finiti precisamente dentro quel paradigma del dovere della memoria - un’ingiunzione fallimentare ed eticistica, per Pisanty -, che è diventato così comune nel corso dei decenni che vanno dalla fine della Seconda guerra mondiale al nostro calendario presente, in cui ogni giorno saremmo chiamati a rammemorare pensosamente qualcosa di fondamentale per l’umanità in una delle infinite “Giornate di”.

Questo paradigma del dovere della memoria, hanno spiegato Giglioli e Pisanty, è anche un paradigma vittimario, entro il quale gli esseri umani sono definiti non sulla base di quel che sono potenzialmente in grado di fare nel futuro, ma di quel che hanno subito nel passato.

Aver introdotto nelle riscritture di Santayana il riferimento a contenuti culturali espliciti - la storia - e ad atti intenzionali - lo studio e il perseguimento volontario del ricordo - ha inoculato nello pseudo-aforisma una piccola cellula potenzialmente cancerosa: un messaggio non agli uomini in quanto tali, ma ad alcuni uomini, a quelli che vorrebbero colpevolmente crogiolarsi nella propria ignoranza.

La conferma viene dalla frase aggiunta in M, sia nella versione italiana che in quella inglese, dove si scava un abisso tra chi sa e chi ignora, tra chi è per il bene e chi per il male.

Da questo punto di vista, è assai peggio la traduzione italiana, dove si parla di «colpa» di chi non studia la storia: davanti alle loro nefandezze, i pochi saggi assistono scuotendo il capo come un gallidellaloggia qualsiasi che scriva elzeviri contro i giovinastri delle periferie che tolgono il sonno e spargono il virus fra le famiglie gentilizie dei quartieri del centro.

Nella versione inglese, quanto meno, i sapienti stand by helplessly, stanno lì impotenti ad assistere, sapendo di essere ininfluenti.

Qui, dunque, sta il punto.

Il messaggio di quei meme ha perso ogni empito universalistico e politicamente produttivo: è soltanto la consolazione dei pochi buoni rimasti, asserragliati dentro la morale come in un fortilizio assediato.

A ben guardare, quei meme non sono che il versante morale (e moralistico) di una lettura politica oggi molto diffusa: la contrapposizione tra popolo e casta (per usare il lessico di chi si riconosce nel primo) o tra populismo e democrazia (per usare il lessico di chi si riconosce nella seconda).

Negli ultimi trenta-quarant’anni abbiamo assistito a uno smottamento politico silenzioso ma inesorabile, come hanno visto acutamente, fra gli altri, Didier Eribon, Christopher Lasch, Jean-Claude Michéa.

Non ci si capisce più, è evidente.

Ne abbiamo la prova in infiniti episodi: in un Francesco Guccini che afferma che dentro l’animo dei comunisti di un tempo si nascondeva già qualcosa di “leghista”; in una Selvaggia Lucarelli che commenta il passaggio di testimone di una regione già rossa come l’Umbria alla destra populista come una sorta di svelamento, “allora vuol dire che erano entrati in casa nostra per errore”.

Come se le nostre categorie politiche presenti potessero essere astoricamente proiettate sul passato.

Come se a votare Lega in Umbria fossero i comunisti di una volta e non i loro figli e nipoti (che sarà successo alla società nel frattempo?).

Non facciamo molti sforzi per capire che è come se Marx ed Engels, Togliatti e Nenni, si fossero messi a sfottere il bofonchiante dialetto del metalmeccanico o del contadino (che non era open minded).

Christopher Lasch ha chiamato tutto questo «la ribellione delle élite», invertendo la diagnosi primonovecentesca di Ortega y Gasset (La ribellione delle masse, 1930): sono state le élite politiche e intellettuali a perdere il contatto con le altre classi sociali, in una “serrata” che ha fatto della distinzione culturale dall’uomo medio il criterio fondamentale di autoidentificazione.

Eribon, nel suo saggio sociologico e autobiografico identifica le ragioni strutturali del passaggio della sua stessa famiglia, operaia, dalla fedeltà al Partito comunista, al discorso della madre “destra e sinistra sono tutti uguali”, al voto al Fronte nazionale della famiglia Le Pen.

Naturalmente guai a cadere in forme di populismo sentimentale ed estetizzante o di assoluzione morale dell’altrui ignoranza in quanto mera reazione al proprio buonismo: l’ignorante non è, necessariamente, un buono in potenza semplicemente ineducato.

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